Storia dei Marroni del Monfenera

I documenti storici arrivati fino a noi danno per certa la presenza e la coltivazione dei castagni nel territorio dominato dal Monfenera già nel Trecento. In quell’epoca, infatti, leggendo i documenti, la famiglia Onigo contava diversi debiti con la famiglia Da Camino e per saldarli, si vide costretta a vendere il castello ed alcuni terreni. Tra le proprietà cedute vi erano anche dei Boschi di castagni. L’area era complessivamente composta da circa tre campi, probabilmente un ettaro e mezzo di boschi ad Onigo. Se ci si reca in loco si possono ancora vedere gli alberi, nel Bosco si trova anche la chiesetta di Sant’Elena.

Storia dei Marroni del Monfenera

I castagni sono piante che assumono grandezze importanti fino a diventare enormi in qualche caso. Le piante spesso incrociate tra diverse specie fruttificano dopo alcuni anni dalla nascita, ma danno effettivamente un raccolto economicamente vantaggioso intorno al quindicesimo anno di vita. Pur sensibili a malattie e parassiti, sono piante longeve che arrivano a vivere qualche centinaio di anni.

I Boschi di castagni rientrarono spesso tra i beni collettivi della comunità e servirono anche per delimitare i confini fra più giurisdizioni.

Nel 1351 venne promulgato un documento, chiamato Statuto, dai capi famiglia di Pederobba, che servì per regolare i comportamenti delle persone quando si recavano sul Monte Pecolato. Quest’ultimo si trova sulla dorsale meridionale del Monfenera.

Il Bosco di castagno venne utilizzato con diversi scopi, il più importante prevedeva la raccolta di Marroni nella stagione autunnale, vi era poi la possibilità di tagliare la legna. Vi era l’assoluto divieto di fare carbone per non mettere a repentaglio l’intero eco-sistema del monte. La legna caduta a terra poteva essere raccolta gratuitamente, mentre, per tagliare un vecchio castagno si doveva ottenere il nulla osta dell’autorità competente. Tutti i boschi erano sorvegliati dall’amministrazione boschiva che decideva ed autorizzava il taglio degli alberi. Questa concessione avveniva ogni sette anni. Tra l’altro, era obbligatorio che ogni “appezzamento di terra” mantenesse almeno venticinque piante d’alto fusto o da frutto per evitare la deforestazione.

Scorrendo lo Statuto promulgato dalle famiglie di Pederobba, si può scoprire che anche i maiali come altri animali, potevano pascolare nei Boschi di castagno, ma solo dopo la raccolta dei Marroni, e, comunque solo dopo le celebrazioni di Ognissanti. I maiali all’epoca spesso venivano allevati allo stato brado e non all’interno del porcile. La regimentazione dei pascoli servì anche per favorire la crescita di nuovi castagni. Questi non venivano piantati ma, la nascita di un albero, avveniva direttamente dai frutti lasciati a terra. Il clima e la natura del terreno favorivano poi l’attecchimento.

Ovviamente capitarono casi di persone che andarono a raccogliere castagne o legna quando non era permesso, casi che vennero arginati con ammende.

Un’altra regola dello Statuto prevedeva che ogni famiglia dovesse inviare un suo componente nel caso il bosco prendesse fuoco così da contribuire allo spegnimento dell’incendio. Il bosco era di fatto un bene demaniale e in quanto tale andava difeso da tutti.

Nel 1464 la Repubblica di Venezia istituì il “Magistrato dei provveditori sopra le legne ed i boschi” che vennero dichiarati beni comunali inalienabili ed indivisibili. All’epoca venne anche vietata la conversione dei boschi in pascoli per il bestiame. Successivamente vennero realizzati i Catasti dei boschi che interessarono anche i Boschi del Monfenera e di Onigo. Tra questi è possibile ricordare il Catasto Surian del 1569, il Catastico Asolano del Giustiniani del 1568 e quello Molin del 1672-1673. L’obiettivo principale fu quello di tutelare il legname da cedere all’Arsenale veneziano per le galere nel corso degli anni.

Nel corso del Settecento, i Catasti si preoccuparono esclusivamente di prevedere un decalogo della cura dei rovi presenti ad Onigo e Pederobba.

Nel 1749 ad Onigo vi erano otto boschi di querce che coprivano una superficie di cinquanta campi. Con la fine della Serenissima, quest’ultima consegnò i boschi agli Austriaci, raccomandando di salvaguardare l’equilibrio creatosi fra gli alberi di castagno ed il territorio della zona.

Pochi furono i proprietari di castagni nel Settecento a Pederobba. Questi aumentarono sensibilmente durante l’Ottocento. All’inizio di quel secolo vi erano, nel Monfenera, parti adibite a pascolo dove, grazie alle cure comuni, mancavano le piante infestanti quali rovi e acacie che invece oggi occupano buona parte del monte.

Il governo austriaco compilò il Catasto Generale riguardante i territori veneti, permise così di ricostruire il quadro agricolo dell’epoca.

Secondo alcune fonti il clima della zona nell’Ottocento risultava temperato verso ponente poiché lontano dai venti del fiume Piave e difeso dal Monfenera. Verso levante il clima risultava più rigido non godendo del riparo dei monti. La neve quando cadeva, rimaneva nel terreno per diverso tempo. Il territorio risultava adeguato a coltivare cereali, uva, frutta e appunto castagne. Nemici implacabili di chi lavorava la terra erano, come oggi: grandine, brina e siccità.

Le vie di comunicazione di Pederobba nell’Ottocento, che servivano anche per commercializzare i Marroni, erano sostanzialmente tre: la prima portava verso Feltre ed era denominata Cal Trevisana, la seconda portava da Pederobba a Possagno e la terza univa Pederobba a Curogna ed era denominata Merlata. Diverse le piccole vie interne e quelle ancor più piccole dette “cavedin” che permettevano l’accesso ai campi o gli antichi sentieri utilizzati per trasportare il bestiame o i frutti della terra.

In passato come nell’Ottocento, la castagna fungeva anche da alimento per le popolazioni meno abbienti. Ricordata da molti come il “pane dei poveri”, marroni e castagne sono fonte di amido, di conseguenza il loro valore calorico risulta elevato. Il consumo diretto delle castagne o dei suoi derivati è in grado di arginare la denutrizione. Per rendere più digeribile questo frutto, conviene masticarlo abbondantemente.

Secondo il Catasto austriaco, il Monfenera non venne mai abbandonato dagli abitanti del luogo, perché si potevano coltivare diversi prodotti agricoli da portare in tavola. All’epoca vennero invece abbandonate le pianure sottostanti il monte, perché poco produttive.

Il Catasto Austriaco, chiarì che la produzione dei marroni non era uniforme: vi furono aree dove si produceva maggiormente ed altre dove la produzione fu scarsa. Nel corso dell’Ottocento la produzione complessiva a livello provinciale aumentò lentamente. Nel 1884 nella provincia di Treviso si raccolsero circa 16.177 quintali su una superficie di 3.011 ettari.

Nome del Distretto

Quintali prodotti

Superficie complessiva (in ettari)

Asolo7.2271.151
Montebelluna2.750517
Valdobbiadene3245721
Conegliano45055
Vittorio Veneto2.555567

Le superfici adibite a castagni nella zona limitrofa a Pederobba erano le seguenti:

Nome del paese

Ettari

Asolo40
Borso del Grappa40
Castelcucco105
Cavaso del Tomba116
Crespano200
Fonte60
Maser40
Monfumo100
Paderno del Grappa100
Possagno300
San Zenone degli Ezzelini50

All’epoca, secondo il Catasto Austriaco dell’Ottocento, due erano le classi con le quali venivano catalogate i castagni:

  • Classe I – castagneti con natura del terreno cretosa rossiccia, ubicati nelle falde del colle;
  • Classe II – castagneti ubicati su un terreno più magro e piuttosto alto.

Oltre ai Marroni o alle castagne utilizzate in cucina una volta arrostite, lessate o trasformate in farina, le castagne vengono utilizzate come alimento alcalinizzante per i soggetti con valori elevati di acido urico o come astringente nelle diete dei bambini. Le castagne molto piccole vengono usate come alimento per gli animali. Le foglie sono utili per decotti e preparazioni parafarmaceutiche. Dal legno viene estratto il tannino utile per conciare le pelli, come additivo alimentare, come antiossidante ed antisettico.

Per chi volesse approfondire la Storia dei Marroni del Monfenera segnaliamo: “I Marroni del Monfenera a cura di Agostino Vendramin”.

 

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2020-01-01T15:39:01+00:00